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Come impara l’app

cover 04 come impara mushscout

Un punteggio di cui non sai la provenienza vale zero. Quindi diciamolo subito: la previsione di MushScout nasce da tre fonti, e lavorano insieme dal primo giorno, anche quando il tuo diario è ancora vuoto. A tenerle oneste c’è una regola sola: ogni numero deve poter essere smentito.

Le tre fonti

1. Quello che si sa dei funghi

Ogni specie parte con i suoi parametri: quanta acqua le serve, in che periodo, dentro quale fascia di temperature, sotto quali alberi. È la base che permette all’app di dire qualcosa di sensato il giorno stesso in cui la installi, quando di te non sa ancora niente.

2. I ritrovamenti di tutti, in forma anonima

Le date e le condizioni dei ritrovamenti degli utenti vengono aggregate su aree ampie: servono a correggere i parametri di partenza con quello che succede davvero nei boschi italiani, che non sempre coincide con i libri.

Aggregate vuol dire proprio aggregate: nessuno vede il posto di nessun altro, e le coordinate non escono dal telefono di chi le ha salvate. Come funziona la privacy dei luoghi lo spieghiamo per esteso.

3. Il tuo diario

Le tue uscite, nei tuoi posti. È la fonte che rende la previsione tua invece che generica: man mano che registri, il confronto smette di essere «settembre in Appennino» e diventa «la tua faggeta, negli anni in cui ha dato qualcosa».

Non c’è nessun livello da sbloccare e nessuna soglia minima di uscite: le tre fonti pesano insieme, e il peso della terza cresce da solo con il diario.

Perché le uscite a vuoto contano quanto i ritrovamenti

È il punto in cui MushScout si comporta diversamente da tutte le app che assomigliano a un album.

Sapere che in un posto, con quel meteo, in quella settimana, non c’era niente, vale quanto sapere che c’era un cesto pieno. Senza i «no» non esiste una probabilità: esiste solo un elenco di giornate fortunate, che è esattamente il modo in cui ci ricordiamo i boschi a memoria — le annate buone restano, le domeniche a mani vuote spariscono.

Per questo vale la pena segnare anche le uscite finite male. Costa dieci secondi e insegna all’app quando conviene restare a casa, che è metà del servizio.

Una previsione che si può smentire

Sotto ogni punteggio basso c’è scritto che cosa lo tiene fermo, e di quanto: «caduti 12 mm, ne servono altri 28».

Quei 28 mm non sono un modo di dire prudente. Escono interrogando il modello stesso: sono la pioggia che, se cadesse, porterebbe il punteggio sopra la soglia. Vuol dire che la previsione si espone — se piovono 30 mm e non nasce niente, ha sbagliato, e lo vedi tu per primo.

È il contrario di un bollettino che dice «condizioni discrete»: quello non si può smentire perché non ha detto niente.

Due cose che abbiamo misurato e che ci hanno dato torto

Sembrerebbe logico che la storia personale di un bosco — «qui, il 12 settembre, trovo sempre» — sia il modo migliore per ordinare le uscite. L’abbiamo provato: ordina peggio del meteo. Il passato di un posto dice com’è andata, non come andrà, perché ogni annata ha la sua acqua e il suo caldo.

Per questo il quaderno di ogni bosco, annata per annata, è dichiarato per quello che è: diario, non previsione. È lì per capire se sei in anticipo o in ritardo, non per decidere al posto tuo.

La seconda: quattro funghi che crescono sul legno restano senza punteggio, di proposito. Misurato su osservazioni vere, per loro il meteo non prevede niente di utile — e un numero che vale meno di una moneta lanciata è peggio di nessun numero.

Il meteo di ieri, non il meteo previsto ieri

La pioggia dei giorni passati l’app la prende dall’archivio meteo, cioè da quello che è caduto davvero, non dalle previsioni fatte allora. La differenza non è teorica: nello stesso bosco, in uno stesso periodo, le previsioni davano 55 mm e l’archivio ne contava 148.

Con 55 mm quel bosco resta chiuso; con 148 è pronto. Su questo dato si decide un’uscita.

I dati meteo vengono da Open-Meteo, con licenza CC BY 4.0.

Quando ne sai più tu del modello

Una cella meteo è larga chilometri e in Appennino ci sta dentro sia il fondovalle sia il crinale. Se tu eri lì e sai che ha piovuto diversamente, glielo dici: scegli il giorno, indichi quanta acqua è caduta, e per quel posto la tua parola batte il modello.

È il pezzo che chiude il cerchio: l’app impara dai dati, ma su un singolo bosco chi ci cammina ne sa sempre di più.

Domande frequenti

Serve registrare tante uscite prima che funzioni?

No. Funziona dal primo giorno con la parte scientifica e i dati aggregati, e diventa tua man mano che registri. Se vuoi accorciare i tempi puoi scrivere a memoria le uscite già fatte: il meteo di quei giorni l’app se lo ritrova da sola.

Perché dovrei segnare un’uscita andata male?

Perché dice all’app quando non era il momento. È il dato che rende affidabile la previsione, ed è quello che quasi nessuno raccoglie.

I miei ritrovamenti finiscono in un archivio condiviso?

Nella parte comune entrano solo dati aggregati su aree ampie e in forma anonima. I tuoi punti restano tuoi: nessun altro utente li vede, nemmeno i tuoi amici.

L’app impara anche dalle foto che carico?

Il riconoscimento dalla foto è una funzione a parte e serve a proporti un nome da verificare. Non è un’identificazione, e non va mai usato per decidere se un fungo si mangia: per quello serve un micologo dell’ASL. Ne parliamo in schede e sicurezza.

Se cambio zona, la previsione riparte da zero?

No. La parte scientifica e quella aggregata valgono ovunque; quello che manca è solo il tuo storico su quei boschi nuovi, che si costruisce uscita dopo uscita.

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